Territori dipinti e creature scolpite

Marianna Bussola e Giorgio Cecchinato hanno esposto insieme all’associazione Carmilla, una doppia personale di quadri e sculture.
Marianna è mia cugina: da sempre conosco i suoi quadri e negli anni ho potuto seguire il suo percorso e osservarne l’evoluzione. Colore a profusione, figurazione decorativa con esiti a tratti astratteggianti, paesaggi onirici e visionari.

Giorgio è arrivato dopo e non poteva essere più diverso: colore quasi assente, ridotto a variazioni di grigi e, per contrasto, utilizzo di oro e argento; figure scarne e introverse, indagate nei dettagli anatomici, spazio inesistente.

 

La prima cosa che colpisce è la manifesta, ovvia diversità estetica tra i due artisti, dichiarata anche come premessa della mostra, nella scelta di esporre tele di Marianna e solo sculture, nel caso di Giorgio. Differenziare i generi, nel loro caso, rendeva la coesistenza più “corretta” artisticamente, più utile ad agevolare un confronto.
Una diversità che, tuttavia, non significa distanza. Paesaggi e creature, dice il titolo della mostra, che convivono in modo armonico e si parlano, nello spazio espositivo, senza creare dissonanze. Ogni tanto mi chiedo se ciò avviene perché Marianna e Giorgio trascorrono le loro vite insieme. Se pur nelle scelte stilistiche e di visione anche i loro percorsi artistici, a livello di ideazione, di concezione, non arrivino a sfiorarsi.Quello che rimane e li riguarda entrambi è la scelta di porsi in modo solido nell’ambito del figurativo e la rappresentazione di un mondo interno fatto di figure che riproducono, come suggerisce Giorgio, dei paesaggi mentali e come tali al confine con un immaginario che può sconfinare nel sogno.

E’ difficile parlare degli artisti meglio di quanto possano fare loro stessi. Per questo ho posto qualche domanda a Marianna e a Giorgio.

 

Marianna, la natura è al centro del tuo immaginario. Puoi descriverne i lineamenti?

Vulcani, montagne, cunicoli, profondità della terra, luoghi d’acqua, territori del cosmo, ma anche edifici… E stagioni, elementi climatici… Uno sguardo dall’alto o uno sguardo in sezione: comunque sempre visioni frontali, prive di prospettiva. La prospettiva non è nelle mie corde: crea un ordine di precedenza, mentre io desidero che tutto abbia lo stesso valore, la stessa presenza. Anche la figura (umana, antropomorfa, animale), che non a caso non è mai centrale, ma solo un elemento fra i tanti. Dipingo paesaggi, ma paesaggi introiettati, visioni dell’inconscio. Non voglio essere signora delle mie immagini, voglio perdermici dentro…

Quali suggestioni hanno nutrito la tua visione della natura? Letture, film, ricordi d’infanzia…

Non mi ispiro mai a un paesaggio reale: per citare lo scrittore Orhan Pamuk, non mi interessa riprodurre quel determinato albero, ma un’idea di albero.
Tra le tantissime cose che, almeno consciamente, hanno nutrito la mia ispirazione: illustrazioni di fiabe (che amo da quando sono piccola), la pittura primitiva e medievale fino alla scoperta della prospettiva, l’arte dell’Estremo Oriente, la Secessione Viennese, ma anche correnti dell’arte moderna o contemporanea, come la nuova figurazione. E poi le fonti letterarie: penso a scrittrici come Angela Carter o Antonia S. Byatt, con la loro sensualità visiva…

 

Come crei i tuoi quadri? Quali sono le fasi del tuo processo creativo?

Parto sempre da un piccolo bozzetto realizzato su carta a quadretti: proprio quella dei quaderni di scuola. I quadretti mi rassicurano, perché ancorano il disegno alla pagina. Inoltre la carta senza pretese mi dà la sensazione di essere più libera di sbagliare, stracciare e rifare. Questo del bozzetto è uno dei momenti più creativi: il vero seme del quadro, che lo contiene già, come un embrione. Quando passo al quadro vero e proprio, lo riproduco a matita sulla tela, molto fedelmente, anche se sono possibili variazioni in corso d’opera. Quindi passo i colori, acrilici e matite. Nella mia pittura non trovano posto la gestualità, la cosiddetta spontaneità: l’immagine è costruita come una sorta di mosaico, dove niente è lasciato al caso, dove equilibri (e squilibri) sono voluti, progettati già in partenza.
Ma non considero il quadro completo fino a quando non gli ho dato un titolo: che non è mai didascalico, ma nasce per analogia… I miei quadri sono come frammenti di racconti di cui non conosco la trama, e il titolo non intende offrire spiegazioni. Del resto non potrebbe perché, una volta terminata l’opera, mi trovo in uno stato di totale ignoranza di fronte a essa: i suoi molteplici significati mi si sveleranno a poco a poco, nel corso dei mesi o degli anni… (continua)