Giorgio, nelle tue opere, tele o sculture che siano, la figura umana è spesso presente. Che cosa ti interessa dell’uomo e che cosa ti preme farne filtrare nelle tue opere?

La figura è il mio paesaggio. Come tale viene da me concepita e trattata. All’interno della figura avviene la narrazione ed è lì che trovano posto i significanti dei quali è depositaria. Un vero e proprio territorio che devo di volta in volta esplorare e del quale devo delineare i confini.

Quando lavori alterni la piattezza quasi patinata delle opere su tela alla ricerca del rilievo di una tipologia di scultura che esplora anche le parti interne dell’anatomia umana. E’ curiosa questa doppia attitudine…

In ognuna di queste due attitudini si avverte la nostalgia dell’altra. Mi rendo conto che quando mi dedico a una scultura cerco inevitabilmente un punto di vista privilegiato, rispetto al quale tutte le forze trovano una soluzione, riconducendo l’opera, in un certo senso, alla bidimensionalità. In passato ho anche realizzato lavori che potevano essere osservati solo da un punto preciso. Un atteggiamento opposto a quello di uno scultore di razza, ma che può rendere il lavoro più affascinante.
Nei quadri il mezzo che uso più frequentemente è il digitale. Questo consente di modulare le parti da cui è costituita l’immagine come fossero oggetti da trattare separatamente, come superfici diverse, arrivando a una sintesi molto precisa.

 

  

Come elabori e sviluppi l’idea di un’opera?

La catena degli intenti e degli esiti, nel mio caso, non è quasi mai lineare. In questo senso mi è molto vicina la visione di Picasso dell’opera come risultato della somma delle sue distruzioni. Il sedimento delle intenzioni nate durante il percorso si rapprende infine in una visione definitiva, in ciò che, senza sapere, volevo veramente realizzare.
Capita così che molti miei lavori siano portatori di vite precedenti, che abbiano richiesto di essere reintrodotti nel flusso della trasformazione fino alla loro vera e naturale forma.