Ho conosciuto Guido Scarabottolo nel 2018 in occasione della mostra “I fiori Blu”, di Francesca Zoboli.

Francesca e Guido sono sposati: sono passata da un artista all’altro . . . 

Guido è un illustratore. Fa libri con Giuseppe Zapelloni, fondatore della casa editrice La Grande Illusion. Giuseppe era mio compagno all’università. E andando a ritroso abbiamo ricostruito la catena di rapporti che ci legano…

Mi piace il disegno di Guido, mi piacciono i libri di Giuseppe: decido di fare una mostra dei disegni di Guido calati nei libri di Giuseppe.

E come di consueto vado a sottoporre una serie di domande all’artista che farà una mostra da me, nel mio spazio studio casa, che si chiama Formaprima.

Ci sono due tipi di interviste: mandi una serie di domande all’intervistata/o e attendi che lei/lui completino le domande con delle risposte, oppure vai da lei/lui con le tue curiosità e dopo avere tentato, senza successo, di seguire una scaletta vai a ruota libera e discorri allegramente con l’artista. Molto più divertente e vivo, di solito faccio così.

Raggiungo Guido nel suo studio: un open space, tante persone che vi lavorano.
Ci mettiamo in una stanzetta appartata, più silenziosa.
Guido parla volentieri con un tono quasi sussurrato e racconta.

Nelle tue interviste ricorre un’espressione: “disegnare disegni”. Che cosa intendi? Osservando il tuo lavoro mi sembra che la realtà e il realismo non ti interessino. Forse la realtà è un punto di partenza ma poi viene abbandonato . . .

“Disegnare disegni” è un concetto semplice: voglio solo dire che non si disegna mai un oggetto ma il disegno di un oggetto.

Rispetto al rapporto con la realtà devo dire che mi interessa moltissimo la lettura, l’interpretazione della realtà: non mi interessa una sua riproduzione pedissequa, il lato tecnico, virtuosistico del lavoro. Essendo di facile comprensione la rappresentazione realistica chiude la strada alla fatica interpretativa. Se vedi una mela ben fatta è una cosa normale, se ne vedi una quadrata . . . beh allora cominci a porti degli interrogativi.

E’ una questione ricorrente nella storia del disegno e della pittura, da Duchamp in avanti, non c’è nulla di nuovo in quello che dico. Io studio poco, ho sempre studiato poco, e solo sul tram . . . adesso non prendo più tram, quindi . . . (ridiamo) . . . insomma sono cose che ho scoperto da solo, anziché leggerle sui libri, il che le ha rese anche più divertenti . . .

Starei ancora sul disegno. Che cos’è per te il disegno, la pratica del disegno e qual è la storia del tuo disegnare?

Mi sono formato sui giornali, quindi non ho una grande pratica di musei e gallerie d’arte. La materia pittorica non mi ha mai affascinato, anche perché le riproduzioni fotografiche di quadri complessi risultano spesso sgradevoli. Le cose riprodotte a stampa, più grafiche e meno pittoriche, sono state l’approccio che mi ha formato. D’altra parte non ho fatto scuole specialistiche: ho frequentato il liceo classico e poi architettura, ma nel ’68 il disegno era una disciplina poco frequentata . . . insomma sono autodidatta. Ho incominciato a lavorare su dei testi, a costruirmi una professionalità come interprete di testi attraverso l’immagine. Cercavo di evitare l’uso della parole nelle immagini perché mi sembrava abusiva: volevo vedere come riuscivo a riprodurre un problema in termini puramente visivi.

Per molto tempo mi sono disinteressato del lato formale del disegnare, concentrandomi quasi esclusivamente sui contenuti.

Adesso comincio a divertirmi anche con le sorprese formali.

Un conto sono i disegni per Il Sole 24 ore o il New Yorker, che sono ormai più di mestiere e devono essere fatti molto in fretta; altra cosa sono le mie ricerche personali a cui dedico più tempo e che di solito sfociano in una mostra, in un libro.

Come Smarrimenti e Viaggio in Islanda . . .

E gli Scarabook.

Quando hai cominciato?

Ho disegnato sin da quando ero molto piccolo. Alle elementari vendevo i miei disegni ai miei compagni di classe, però li copiavo dai giornalini e mi facevo pagare il costo del foglio di carta…

Ti pagavano in caramelle?

Mi pagavano in cinque lire. Mi ripagavo la carta, non avevo ancora contemplato il consumo delle matite (ride) nella formazione del prezzo e questo indica la mia attitudine affaristica . . . Un paio di anni fa ho fatto una personale nella Biblioteca di Sesto San Giovanni e ci ho messo anche il disegno che aveva vinto un premio sempre in quella biblioteca, quando avevo 6 anni. Erano quattromila lire di premio, cioè duecento gelati, su un libretto di risparmio però, quindi hanno perso rapidamente valore nel corso del tempo . . .

Alle medie ho avuto un’insegnante di disegno che per me è stata piuttosto importante, molto esigente dal punto di vista della pulizia e della precisione tecnica, che però disegnava bene e mi ha insegnato delle cose.

Una volta dovevo fare un disegno dal vero. Avevo a casa una brocca di peltro deformata dalle cadute. Ho disegnato quella. Mi ha dato 4 perché era tutta storta. Sono tornato da lei il giorno dopo con la brocca. Mi ha lasciato il 4 perché mi ha detto che bisogna imparare a scegliersi i modelli . . . (ridiamo). E’ stata una lezione piuttosto importante . . .

Beh, piuttosto rigida . . .

I docenti rigidi sono abbastanza importanti. Io non sono quel tipo di docente però . . . 

Tu che tipo di docente sei?

(Guido Scarabottolo insegna illustrazione all’ISIA di Urbino)

Non sono rigido, non mi piacciono i voti. Negli ultimi anni sto cercando di lavorare sull’educazione alla collaborazione. L’ultimo corso l’ho chiamato “Esercizi di convivenza”, che ha anche un vago riferimento alla situazione politica, ma non solo.

L’illustratore non è un artista sfrenato, ma uno che deve imparare a muoversi in un contesto collettivo per produrre delle operazioni che non sono individuali (lo stesso mercato dell’arte è un’operazione fintamente individuale). L’illustratore deve lavorare con un grafico, con uno scrittore, un direttore del giornale, deve imparare a convivere anche coi tipografi, con le macchine che lavorano sui suoi disegni…inutile fare illustrazioni con la carta stagnola, perché sono irriproducibili. Bisogna capire qual è il proprio posto all’interno di una struttura. Io cerco di insegnarlo anche facendo lavorare gli studenti su progetti di gruppo dove ognuno può usare il lavoro degli altri. Da quando la carta sta perdendo il monopolio nella conservazione o nella trasmissione della cultura e nell’intrattenimento, a favore dei file digitali, bisogna tenere conto anche di questo aspetto e vedere cosa succede al campo dell’immagine come trasmettitore di contenuti.

Mi interessava anche sapere, più “filosoficamente”, che cos’è per te disegnare.

Per me disegnare, come anche fotografare (sono un po’ lo stesso tipo di ricerca) è un modo per appropriarmi della realtà da cui sono attratta, o di una visione della realtà: è un modo per conoscerla meglio. Mi pare di averlo letto in un’altra intervista che ti hanno fatto . . .

Disegnare è una disciplina che ti impone un’osservazione accurata dell’oggetto, quindi in teoria per capire com’è fatta una cosa il disegno aiuta. Ma può esser qualcosa di un po’ più complicato. Io uso spesso la metafora della passeggiata: disegnare è un percorso dove sai più o meno dove vuoi arrivare ma non sai che cosa ti succede nel tragitto. C’è una relazione con il caso, data dal disegno, che io forzo molto usando strumenti impropri. Uso pennelli di cattiva qualità, o fatti per fare altro. Ho disegnato un sacco di curve con pennelli nati per tirate le righe dritte, per esempio: queste sono, come dire, le passeggiate . . .

C’è un altro aspetto che mi interessa moltissimo: una delle cose che mi hanno spinto a ragionare sul disegno è che ci sono artisti molto famosi che disegnano malissimo.

Mi sono domandato come mai e sono arrivato alla conclusione che qualsiasi disegno è così interessante in sé! Se tu lo fai a fettine è fatto di talmente tanti strati . . . culturali, economici, geografici. Ci sono talmente tante componenti all’interno di un disegno che non esistono più disegni belli e disegni brutti: ogni disegno è qualcosa che andrebbe letto come una storia e non come risultato tecnico. Quello che interessa a me è ricostruire perché sono così affascinanti i disegni dei malati mentali, per esempio.

Ho fatto un lavoro in una scuola di italiano per stranieri: mi hanno chiesto di decorare le pareti dell’ingresso per renderle più allegre. Ho pensato che era stupido che le decorassi io, sarebbe stata un’operazione di imposizione di un estraneo; allora ho presentato un progetto che prevedeva che ogni studente si facesse l’autoritratto. Ne hanno fatti tutti i 140 studenti: il risultato, documentato e esposto alla Fondazione Formentini, vicino a un lavoro sull’accoglienza fatto da altri illustratori, era straordinariamente più potente e interessante. Adesso mi piace molto lavorare facendo lavorare gli altri, poi . . . ”lavorare” quando si disegna . . . , come diceva Totò “disegnare è sempre meglio che lavorare”, cioè lui diceva “fare l’attore . . .”

Bella questa idea dell’autoritratto di gruppo, ognuno col proprio segno. Pensa alla Street art: la sua bellezza è proprio il fatto di trovare tanti mani diverse che convivono sullo stesso muro, che interagiscono. Spesso gli Street artist utilizzano vecchie immagini di cui rimane anche solo qualche frammento che viene incluso. Questa contaminazione è molto bella.

La scelta di studiare architettura è stata indotta dalla tua insegnante delle medie?

No assolutamente, è una questione più legata alle relazioni con mio padre e con gli amici.

Mio padre era un aspirante architetto, aveva cominciato a lavorare in fabbrica a nove anni, e lavorando alla Breda era arrivato a diventare il rappresentante dell’azienda nei confronti degli architetti incaricati di realizzare i padiglioni fieristici, negli anni ’60.

Era elettrotecnico di formazione: a sei anni io l’ho aiutato a fare l’impianto elettrico a casa, cosa che mi servì poi all’università, quando, per guadagnare qualche soldo, facevo l’antennista e anche impianti elettrici nei cantieri . . .

Però poi l’architettura ti è stata stretta?

Quando ero all’università avevo lavorato molto sull’urbanistica, per questioni ideologiche del momento, scelte politiche. Una volta laureato ho lavorato per due mesi in uno studio di urbanistica. Poi alcuni miei compagni di università misero su uno studio di architettura, Arcoquattro, e mi coinvolsero e ora è il mio attuale studio. Sono finito li un po’ per caso e un po’ per evitare di ricadere nell’urbanistica perché mi ero reso conto era un lavoro non adatto alla mia consistenza personale . . . non ho un ego così sfrenato da volere decidere che cosa deve fare la popolazione urbana italiana.

Per evitare di danneggiare le mie vittime decisi di fare un lavoro un po’ più futile come progettare e allestire mostre. Avevamo anche Lucca Comics come cliente, curavamo tutta la comunicazione e l’allestimento mostre del festival. Erano gli anni in cui c’era il boom del fumetto d’autore: Crepax, Pratt, Pazienza. Era la manifestazione più importante al mondo, arrivavano dappertutto. Era molto bello. Allora non c’erano computer, era tutto fatto a mano: una settimana di progettazione e poi sei mesi di lavoro molto intenso per il progetto esecutivo e un paio di settimane di stress totale. Lavoravamo di notte, anche manualmente, per finire gli stand e quando tornavamo a casa, per la stanchezza facevamo una settimana di febbre. Man mano abbiamo cercato di spostarci sulla grafica e l’illustrazione . . . ed eccoci qui.

Tu hai sempre costruito manualmente cose . . .

Si, quando ero alle scuole medie, durante le vacanze estive, passavo un mese da mio zio falegname a fare il ragazzo di bottega. Mio zio raddrizzava i chiodi usati, cioè, li faceva raddrizzare a me; la carta vetrata si usava finché non diventava un vellutino, si conservava tutto. Io mi facevo i giocattoli, dipingevo a spirito. I mobili della cucina della nostra casa nuova di famiglia, progettati da mio padre, li dipingevamo a spirito. Io ho dipinto il sotto lavello ed è durato trent’anni . . . Nei ritagli di tempo mi costruivo i giocattoli, le armi, i giavellotti per le Olimpiadi.

Questa passione ti è rimasta, penso anche alle tue sculture di ferro . . .

Si, ma faccio anche sculture di legno, quasi solo per il gusto di svelare delle forme che trovo quasi già fatte. Facevo le balene coi legni trovati sulla spiaggia, adesso ho due casse di legni raccolti sulla spiaggia, ma mi piacciono così come sono, mi piace leggere la potenzialità che probabilmente cambia nel tempo, mentre quando la fissi in una forma si perde . . .

Preferisci lasciare il pezzo intatto e poterne vedere tante di forme, anziché dargliene solo una . . .

Come faccio con gli ultimi disegni e come il testo di Viaggio in Islanda . . .

Ti piace anche costruirti dei libri?

Si certo, gli Scarabook sono un’operazione concettuale-manuale . . .

Nei potrei fare 9801 ma ne avremo fatto circa duecento . . .

Parliamo degli Scarabook, che saranno in mostra. Come ti è nata questa idea?

Guardando la tua produzione artistica avevo osservato una tendenza a ripensare i tuoi lavori e a trasformarli in altro. Le idee si modificano, non hanno una sola forma, proprio come il tuo pezzo di legno, e alla fine ne possono assumere tante, fino quasi ad arrivare a una narrazione di un’idea che assume contorni diversi . . .

Per gli Scarabook ho ripreso dei disegni di Smarrimenti e di Viaggio in Islanda.

Da una parte mi interessava fare un’operazione di auto produzione, perché sono convinto che questa parte dell’attività acquisterà importanza col passare del tempo.

L’idea che ho di quel che succederà al nostro lavoro professionale è che una parte di illustratori finirà a lavorare con le grandi produzioni, dove servono tanti soldi per fare cose che si muovono (che risultano più interessanti di quelle che stanno ferme e si guardano con i computer e con i telefoni) oppure si creeranno delle piccole nicchie. Proprio come succede con il cinema: c’è il cinema d’autore, che non guarda nessuno e poi quello delle grandi major, che vedono tutti e che costa tantissimo. Tornando all’editoria, quest’idea spinge a ragionare in termini di auto produzione: cioè fare delle cose che possono essere gestite senza grandi investimenti, senza grande sforzo produttivo.

Dall’altra parte quello che mi interessa è anche la seconda vita dei disegni, come ho cominciato a fare con Macchie solari, dove ho snaturato i disegni che facevo per il Sole 24 Ore. Negli Scarabook invece ho snaturato i miei disegni, già molto sintetici, facendoli a pezzi. Nel momento in cui, mescolando due disegni a caso tagli e confezioni lo scarabook, vedi solo un particolare del disegno in ogni pagina. Mi attirava molto il fatto che usando solo 99 disegni si poteva arrivare a realizzare 9801 volumetti tutti diversi . . .

Ma per gli Scarabook hai utilizzato disegni che non avevi mai pubblicato, vecchi schizzi, idee scartate?

Io non butto via quasi niente, non faccio schizzi, anzi, faccio solo schizzi, dal momento che non mi interessa riprodurre la realtà. Se quello che faccio dà l’impulso a una qualche lettura che ha un riferimento anche con la realtà per me è abbastanza. Non è che le cose mi vengono più o meno bene. Negli Scarabook estremizzo il carattere astratto dei disegni: non mi interessavano le parti che risultavano più leggibili, e quindi ho utilizzato quelle che restavano più astratte, specialmente facendole a pezzi.

L’operazione era prendere i disegni, ingrandirli, stampare un disegno da un lato e un altro dall’altra. Tra l’altro uso una carta che avrà 40 anni, una carta vergata, della Fabriano, molto sottile, molto bella, che prende bene la stampa digitale. Sono molto contento di questa operazione. Poi ho pensato a questo nome che somigliava molto al mio . . .

Scarabook, Scarabottolo, hai un nome che è quasi profetico . . .

Infatti mi hanno invitato subito al festival dello scarabocchio . . . (ride)

E poi gli Scarabook sono identificati da quattro cifre, che riprendono i numeri dei due disegni stampati su fronte e retro.

E poi negli Scarabook c’è questa fase di realizzazione manuale . . .

È una fase meccanica che aiuta a sopravvivere. Tirare fuori sempre idee nuove è faticoso . . . una parte ipnotica . . .

. . . che fa decantare un po’ il pensiero . . . 

E’ terapeutico . . .

(continua)

Guido Scarabottolo. Altri libri

Dal 19 ottobre al 16 novembre

Corso Garibaldi 57, Pavia

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