“Elisa Talentino: Racconto per serigrafie” – parte prima

Dopo il liceo mi sono iscritta a un corso di illustrazione a Milano.
Volevo imparare a disegnare e dunque, questo corso, alternativo all’accademia di Brera, mi è sembrata l’occasione per dotarmi delle basi tecniche che mi servivano per i miei scopi.
Sul momento non ho pensato alle prospettive lavorative che mi si potevano aprire.
Non ho pensato di lavorare come illustratrice e, dopo avere conseguito il diploma, fatti pochi infruttuosi tentativi di penetrare il mercato, non ho mai praticato la professione…
Questa esperienza, tuttavia, ha lasciato il segno: mi è nata una passione per l’illustrazione e ho cominciato a comprare libri su libri.
Quando sono nati i miei bambini la collezione si è ampliata e poi ingigantita, e anche ora che i ragazzi hanno 10, 13, 15 anni (e sono interessati a tutt’altro) continuo a comprarne.
Giù la maschera. Sospetto di avere trovato mille scuse, di carattere educativo, per assecondare la mia cleptomania in fatto di libri illustrati. Alla libreria Il Delfino lo sanno e mi accolgono con espressione divertita quando entro in negozio…
Detto questo, quando ho aperto lo spazio espositivo Formaprima, è stato naturale per me prendere in considerazione l’idea di esporre anche lavori di illustrazione, e non soltanto opere di pittura, scultura, fotografia. Facendo, però, le debite considerazioni intorno a questa forma d’arte. Ne ho parlato con Elisa Talentino, autrice di libro “Metamorphosis”, edito da La Grande Illusion. Elisa esporrà le sue serigrafie a Formaprima nel mese di ottobre.
Sono stata nel suo studio di Torino e abbiamo chiacchierato un po’.
Ecco la conversazione…

L’illustrazione, rispetto alle altre forme d’arte,  lega indissolubilmente immagine e testo.
Cosa ne pensi? Può esistere l’illustrazione senza il “racconto”?

L’illustrazione è una forma di narrazione come il testo, la fotografia o il video.
Può completare un testo, ma allo stesso modo in cui le parole non hanno sempre bisogno dell’immagine, il disegno può vivere indipendentemente dalla scrittura.
Ci sono concetti che si prestano ad essere raccontati con il mezzo della scrittura, e altri che trovano la loro massima espressione nel disegno. La malizia sta nel comprendere quale sia il mezzo migliore per raccontare un’idea.

Leggo sul tuo sito che sei stata anche pittrice, mentre ora sei decisamente orientata verso l’illustrazione.
Questa tua predilezione ha a che fare con l’amore per la parola scritta? O, come nel caso di “Metamorphosis”, la parola poetica?

Ho una formazione pittorica accademica, non sento però una grossa distinzione tra la pittura e l’illustrazione; per me la pittura è un mezzo attraverso cui realizzo le mie illustrazioni. Credo che il confine tra le due discipline sia ormai molto labile.
Viene definito illustrazione tutto ciò che rappresenta un’idea o un concetto, su commissione o a partire da un’idea personale con profilo più “artistico”, esattamente come la pittura.
In fondo i committenti d’arte sono sempre esistiti, cambiano semplicemente le destinazioni delle immagini e abbiamo a disposizione più tecniche per realizzarle.

Sei a tuo agio con le tecniche di stampa.  Come sei approdata a questa scelta?

Ho iniziato a fare serigrafia subito dopo l’Accademia di Belle arti (dove avevo appreso le tecniche calcografiche di base) assieme a Paolo Berra, graphic designer e printmaker con cui ho fondato a Torino nel 2009 un laboratorio di stampa sperimentale.

Le tecniche di stampa da un lato conferiscono un carattere maggiormente “grafico” alle tue illustrazioni, dall’altro le rendono più “opere”, libere e autonome, slegate da un rapporto necessario col libro. Forse la dimensione del racconto è inclusa nell’immagine. E’ così?

Quando lavoro a un libro cerco di rendere ogni illustrazione indipendente e al contempo inserita nella storia. La parte più complessa è creare un’immagine che possa vivere di vita propria anche al di fuori del contesto libro, magari assumendo significati nuovi, arricchendosi proprio perché slegata dal suo luogo di origine.

Quale rapporto c’è tra immagine e titolo nelle tue opere?
E tra immagini e testi nel libro “Metamorphosis”?

Il titolo viene sempre dopo l’immagine, in qualche maniera la completa.
Spesso cerco di raccontare una sensazione, un particolare punto di vista, senza sapere necessariamente dove andrò a finire, poi guardo il lavoro e il titolo (che di solito arriva di getto) mi fornisce una chiave di lettura di cui non ero consapevole quando ho iniziato a disegnare. È spesso un “Non sapevo di voler dire questo”.
È successo anche con Metamorphosis, ho cominciato a disegnare come mi sentivo nei luoghi che visitavo e quando Mariagiorgia ha tradotto in parole la mia visione degli spazi ho scoperto sfumature di cui non ero consapevole ma presenti fin dall’inizio.

Com’è nata la collaborazione con Mariagiorgia Ulbar, autrice dei testi poetici di “Metamorphosis”? Il libro prende avvio dalle immagini o dai testi?

La collaborazione con Mariagiorgia Ulbar è stata proposta dall’associazione culturale Hamelin che ha curato il libro.
Conoscevo il lavoro di Mariagiorgia, avevo letto due suoi libri di poesie e la sentivo molto affine.
Il libro nasce “al contrario” rispetto al consueto iter: il progetto su Torino e Berlino parte come progetto di mostra di illustrazioni sotto ai portici di Piazza San Carlo a Torino come risultato di una residenza con il Goethe – Institut  Torino. Solo successivamente si è deciso di dargli voce con le parole di una poetessa e di farlo diventare un diario di viaggio.

Da dove nasce l’idea di rappresentare gli angoli di Berlino con figure prevalentemente di donna?

Posso raccontare con onestà solo ciò che sento sulla mia pelle.

Che tipo di donna rappresenti nelle tue immagini?

Le mie donne sono archetipi di situazioni comuni, quotidiane o mistiche. Non rappresento un tipo di donna in particolare; dentro le mie figure ci sono uomini, luoghi, situazioni vissute o desiderate, banalità della vita e intimità.

Molte volte gli artisti disegnano figure a loro somiglianti. E’ un fatto che ho osservato spesso.
A me sembra che le tue donne abbiano molto della tua fisionomia. Si nota anche nella scelta grafica di mostrare, sul tuo sito, le serigrafie su uno sfondo non sempre neutro, dove compaiono dettagli della tua persona…una mano, un braccio, i capelli, i vestiti.
Ti ritrovi in questa osservazione?

Credo che la rappresentazione di sé stessi non riguardi solamente gli artisti visivi, anche il piatto di un cuoco ci dirà qualcosa sul suo modo di toccare le cose; è inevitabile, tutto ciò che facciamo ci assomiglia. Si possono intuire molte cose di una persona dal modo in cui cammina, balla o affetta le verdure. Poi può essere volutamente autobiografico o meno, però non possiamo evitare di raccontarci quando creiamo.