“Elisa Talentino: Racconto per serigrafie” – parte seconda
La mostra è il risultato della collaborazione tra Formaprima e La Grande Illusion, una piccola casa editrice che si distingue per il carattere sperimentale dei progetti, a cavallo tra letteratura, grafica, illustrazione, arte e per questo affine, negli intenti, a Formaprima.
Giuseppe Zapelloni, fondatore de La Grande Illusion mi ha fatto conoscere le opere di Elisa Talentino, attraverso “Metamorphosis”, una pubblicazione da lui edita in collaborazione con il Goethe-Institut di Torino e l’associazione culturale Hamelin. Il libro è una raccolta di dodici illustrazioni di Elisa Talentino, accompagnate da altrettante poesie di Mariagiorgia Ulbar, realizzate al rientro da una sua residenza artistica a Berlino: una sorta di diario di viaggio per immagini e versi della capitale tedesca, dove angoli, strade e piazze vengono rappresentate attraverso ritratti di donna. Una Berlino con anima femminile e volti diversi.
Giuseppe è un amico, è stato semplice conversare con lui, da me, in galleria.
Abbiamo parlato a lungo della sua attività di editore e del libro per immagini di Elisa Talentino.

L’illustrazione è una forma d’arte intimamente connessa con la dimensione del racconto. Di solito correda un testo. Le immagini della Talentino hanno un rapporto col testo un po’ diverso, soprattutto in “Metamorphosis”.

Intanto nascono prima del testo, sono nate da sole, parlano e raccontano autonomamente dei luoghi.

Che linguaggio parlano?

Secondo me è un linguaggio molto intimo, anche perché passa attraverso quella che definirei una sorta di “cifra stilistica” ricorrente nelle opere di Elisa: l’utilizzo di un’immagine di donna coi capelli rossi. Questa donna è la cifra stilistica di Elisa perché è la sua icona, il suo avatar, il suo ideogramma: un modo molto personale per Elisa di dire “io”.

Come e cosa raccontano le immagini di Elisa Talentino?

Sono illustrazioni, in molti casi metafisiche, che raccontano dei luoghi della città dove sono avvenute cose, fatti.

Sono anche degli autoritratti secondo te?

Non sono soltanto autoritratti: la capacità di cogliere una bellezza che è altra da noi sta sempre nell’occhio di chi guarda, per cui è sicuramente una visione intima, personale, ma di un altro da sè.

E’ il ritratto di un modo di guardare…

Ci si specchia, in qualche maniera, in quello che si guarda, ma un occhio esterno, un fruitore altro dall’autore, vede sicuramente un prodotto finito e ignora tutta una serie di meccanismi inconsci che hanno portato alla produzione di quella immagine, arricchendola tuttavia di qualcosa di proprio.
Ci sono delle figure storiche di Berlino che vengono raccontate; per esempio nella rappresentazione della Meistersaal, la storica sala di concerto berlinese, Elisa ha scelto di prendere Anita Berber, personaggio carismatico e trasgressivo del cinema muto e del cabaret espressionista, mettendolo in groppa a quello che è il simbolo della città, l’orso. Mentre la ”Serpente” – la figura della donna col pitone intorno al collo, un’Eva tipica dell’iconografia simbolista tedesca, che a me fa pensare a Von Stuck e a Boecklin – le è stata ispirata da altre suggestioni, in questo caso una fontana, ma rimanda più o meno inconsapevolmente a figure archetipe.

Ti è piaciuto questo modo di rappresentare gli angoli di Berlino con ritratti di donne?

Ho trovato molto originale la scelta della Talentino di non andare a rappresentare fotograficamente la città, così come l’idea di immaginare i luoghi di Berlino come delle entità femminili, quasi delle divinità, riproponendo questa sua donna idealizzata. E’ molto interessante, a mio parere, il fatto di giocare con questa sua “cifra stilistica” reiterando un personaggio che si rinnova man mano. In un certo senso è un po’ come lavorare sulla calligrafia. La calligrafia è sempre quella ma la puoi portare a dire qualcosa di sempre diverso.
Questo modo di dire “io” attraverso la “sua” donna fa diventare la rappresentazione di Berlino una sorta di giornale intimo, un diario.

In che relazione sono i testi poetici di Mariagiorgia Ulbar con le serigrafie di Elisa Talentino?

Trovo molto interessante la scelta di Hamelin di fare “illustrare”, paradossalmente, le immagini di Elisa dai testi di un’autrice, Mariagiorgia Ulbar, che ha avuto un’esperienza di residenza a Berlino alcuni anni fa. La Ulbar a sua volta dice un “io” che ha grandi affinità con quello della Talentino…

Le poesie arrivano, dunque, in un secondo momento, quasi ad “illustrare” le immagini…

Le poesie sono un “io” alternativo, sono come il retro di una cartolina. Elisa dice di lavorare su dei luoghi e in questo senso si può parlare di “cartolina”. Questi luoghi le hanno suscitato delle emozioni e un desiderio di approfondimento e alla luce di questo certi angoli della città sono stati reinterpretati. La Ulbar conosce quei luoghi e quelle storie che le hanno sollecitato altre emozioni e altre memorie, sue personali.

La Ulbar si è ispirata alle immagini o ai luoghi?

Credo in parte ai luoghi, in parte alle immagini, ma amalgamando gli uni e le altre con memorie sedimentate in lei nel corso degli anni.