Se n’è andato un grande artista. Arte e grafica perdono un maestro.

Ciao Renato, Is there life on Mars?

di Fiorella Tacca, storica dell’arte

 

 

E’ scomparso a 82 anni Renato Volpini, grande artista della seconda metà del Novecento. Straordinario incisore, ha rinnovato le tecniche calcografiche con un segno unico, una linea adamantina e fluida inarrestabile, con l’esplosione del colore nelle acqueforti, con l’umorismo dei collage polimaterici.

Pittore “metamorfico” tra i più amati da Gillo Dorfles, Volpini ha originalmente attraversato molte correnti artistiche, dall’informale al neodada, dalla pop-art al digitale, senza mai conoscere un momento di stasi, senza mai cedere al conformismo né alle pressioni del mercato.

 

 

Renato Volpini si è spento il 3 febbraio a Milano, dove viveva dal 1958.

 

 

Nato nel 1934 da madre napoletana e padre marchigiano, urbinate di formazione, alla prestigiosa Scuola del Libro Volpini sbalordiva i suoi maestri con opere tanto libere quanto premonitrici del suo grande talento artistico.

Si diplomò nel 1957, ma iniziò a vincere premi per l’incisione fin dal 1955, alla mostra nazionale Bianco e Nero di Milano, poi alla II Biennale dell’Incisione di Venezia e alla III Biennale Internazionale del Mediterraneo.

Dal 1958 fu milanese, con la moglie Paola, fino alla morte.

 

 

La città era allora una fucina, anche d’arte: erano gli anni della ricostruzione del dopoguerra e della consacrazione internazionale di Alberto Burri e Lucio Fontana. Milano attirava giovani talenti dall’Italia e dal mondo, in uno straordinario ambiente artistico e culturale.

Valerio Adami, Enrico Baj, Emilio Tadini, Antonio Recalcati, Lucio Del Pezzo, Renato Volpini e tanti altri artisti, oggi più o meno noti al grande pubblico, incontravano a Brera Piero Manzoni, Wifredo Lam, Asger Jorn, Hsiao Chin, Dadamaino. Stringevano amicizie talvolta burrascose, ma umanamente e artisticamente esaltanti, ricambiavano ospitalità a Parigi, New York, Londra, con soggiorni sul Lago Maggiore, in Liguria o nel Sud Italia, in un continuo scambio di idee artistiche.

 

 

Da geniale incisore Volpini diede molti suggerimenti tecnici perché ciascun artista potesse esprimersi al meglio, all’Accademia di Brera come nel laboratorio del celebre stampatore Giorgio Upiglio, dal quale uscivano le opere grafiche dei più importanti artisti nazionali e internazionali, da Fontana a Giacometti, da Duchamp a Man Ray ad Alechinsky.

 

      

 

Volpini, grande estimatore del rigore spaziale di Fontana e poi della scatenata fantasia narrativa di Sebastian Matta, suo compagno di picaresche avventure, esordì sulla scena milanese con opere informali di altissimo livello: olii, tempere, acqueforti, acquetinte e collage esposti nelle gallerie Spotorno, Il Naviglio, Il Milione, in una sala personale alla XXX Biennale di Venezia, con ottimi cataloghi e recensioni di Giorgio Kaisserlian, Marco Valsecchi, Guido Ballo e Gillo Dorfles, che nel 1961 già includeva Volpini nel volume Ultime tendenze nell’arte d’oggi.

 

 

Espose poi all’estero – a Tokyo, Lubiana, Ginevra – e nelle mostre collettive del celebre gallerista Giorgio Marconi, grande promotore e catalizzatore, insieme ad Arturo Schwarz, di giovani artisti che a Milano potevano incontrare De Chirico e Duchamp.

 

 

Ma l’informale di Renato Volpini era vivificato, fin dagli inizi, da un Brulichio di personaggi – titolo ricorrente nei lavori di quegli anni – che andò presto materializzandosi in un universo di personaggi ultraumani: Personaggi immaginari, Personaggi di un altro pianeta, Progetti di personaggi, sono altrettanti titoli di opere di quel periodo.

 

Renato Volpini, Skylab, 1980, acrilico e collage su cartone

 

“Una delle caratteristiche di quest’arte – scriveva Gillo Dorfles nel 1963 nel catalogo della mostra alla Galleria La Cavana di Trieste – è appunto il suo carattere metamorfico, di continua rielaborazione d’uno stesso materiale immaginifico che ha in sé alcunché di embrionato e di organico. Quello che differenzia Volpini, tanto dal rigoroso ma un po’ frigido grafismo di alcuni artisti (come, ad esempio, un Hartung), quanto da quello congestionato e succulento di altri (come, ad esempio, un Mathieu) è il rifiuto d’ogni elemento di imprecisione e di indeterminatezza e d’altro canto la sua volontà di giungere [… ] alla formulazione di un preciso elemento figurale. Che non è ovviamente quello naturalistico, realistico o surrealistico di tanti “falsi astratti” odierni”.

 

Renato Volpini, Pantografo ideale e Totem, 1967, acrilico su tela

 

 Nascita di elementi, Germinazione, Costruzione dell’eros sono tempere, acrilici e acqueforti degli anni in cui nascevano anche le dilette figlie di Renato Volpini e della moglie, Paola Perusco.

Tre anni fa, nel suo studio milanese di Porta Romana, l’artista mi raccontò di essere rimasto per sempre “folgorato” dalle illustrazioni di un prezioso manuale di biologia giunto nel dopoguerra a Urbino, dall’America; vi studiava un suo caro amico, che era solito ripetergli ad alta voce quanto appena appreso, per memorizzarlo meglio.

 

Renato Volpini

 

Renato lo ascoltava dando un’occhiata al testo, ma soprattutto alle strabilianti fotografie di microrganismi mai visti prima.

Alla fine degli anni Sessanta la ricerca artistica di Renato Volpini divenne tutt’uno con il mestiere di stampatore, con la sua infaticabile attività di homo faber, sempre più circondato da torchi, operai, colle, macchinari, vernici e materiali d’ogni tipo. Emerse nelle sue opere la concretezza delle “macchine inutili”, la tangibilità plasticosa delle disneyane “macchine metamorfiche” e “zoologiche”, nacquero gli strumenti tecnici umanizzati, “…con qualche retroterra metafisico” scriveva Roberto Sanesi nel suo volume dedicato al maestro. A me ricordano le sacre conversazioni degli strumenti musicali di Baschenis, più vivi di tante Madonne coeve.

 

Renato Volpini, Macchina inutile n.3 e Macchine inutili, 1966, acrilico su tela

       

Ma l’inarrestabile produzione di congegni, tanto lirici quanto inutili (come Lavabo spaziale) si arricchiva di un’altra suggestione, fortissima, che proveniva a Volpini dallo Spazio.

Al microcosmo biologico si aggiunse la simpatia dell’artista per un macrocosmo vivo, pulsante di presenze amiche, tutt’altro che minacciose. Perché Volpini non temeva i marziani, che immaginava come straordinariamente buoni e miti.

 

           

Ed ecco i graffiti astrali, le meteore, i moduli e le navicelle spaziali, i tanti paesaggi con oggetti volanti non identificati, le sculture in perspex di Ufo RE e Drago lunare.

“Qfwfq, un personaggio dal nome impronunciabile che potrebbe far parte della galleria dei personaggi inventati da Volpini – scriveva Massimo Rizzante nel suo Futuribile Cosmicomico Volpini, notando la coincidenza temporale fra la pubblicazione della trilogia cosmicomica di Italo Calvino e le opere dell’artista.

“Il regno delle cosmicomiche di Calvino è la metamorfosi, che è il regno anche di Volpini – continua Rizzardi – Anche il cosmo di Volpini, come quello di Calvino, è comico, cioè umanizzato, animato, ibrido, potenziale. Ciò non significa che l’uomo ne venga fuori ingrandito. Anzi.”

Vent’anni dopo, con la diffusione dei computer e della stampa digitale, la straordinaria creatività e maestria artigianale del maestro non si smarrirono. Al contrario, essendoci “in lui una prensilità naturale e spontanea che lo spinge a guardare ai linguaggi contemporanei nel loro aspetto dinamico e vitale” (Floriano De Santi, Renato Volpini – le macchine metamorfiche, Urbino, 2002) Volpini si avvalse con disinvoltura dei nuovi mezzi tecnologici senza mai farsene dominare, adattandoli ai propri scopi espressivi e a quelli dei grandi artisti che frequentavano le sue stamperie.

 

 

Da questa dimestichezza con l’antico e il moderno, che in Volpini convivono felicemente, nacquero negli anni Ottanta le Biciclette e gli Aeroplani, sempre all’insegna del movimento, gli ODM (Originali Digitali Multimediali) degli anni Novanta e le sperimentazioni degli ultimi tempi: Memoria spaziale, digitale e collage, I giardini di Marte, collage e plastica su tela, i tanti e sempre diversi Paesaggi venusiani e i Progetti lunari del III millennio. Opere di un anziano maestro, ma di una freschezza sbalorditiva.

 

 

“I simboli cosmici di Volpini sono ormai entrati nella vita di oggi e del futuro” leggiamo nella nota di Mimmo Rotella al catalogo della mostra a Palazzo dei Diamanti, nel 1990.

Fra i progetti terrestri dei prossimi anni, i tanti che hanno amato e amano Renato Volpini auspicano una grande retrospettiva a Milano.

Per ricordare un maestro dell’arte italiana contemporanea, troppo spesso dimenticato.