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Torniamo alle tecniche che utilizzi: la tempera, legata alla filosofia del togliere e l’olio che segue un procedimento diverso, vincolato alle limitazioni imposte dalla tecnica…

 

 

GA

L’olio è una tecnica molto difficile, su cui si è formata la mia generazione. Fino al secondo periodo della mia produzione, quello legato al recupero della sensibilità arcaica, barocca, io ho sempre usato l’olio. Solo con gli anni Novanta ho cominciato a utilizzare le tempere e gli acrilici (che ho abbandonato quasi subito perché troppo freddi) quando mi sono avvicinato alla Street art, che nasceva in quegli anni con la scoperta di artisti come Basquiat e Haring. Questo mondo aveva bisogno di una tecnica veloce, certo non fatta di velature. Il passaggio dall’olio all’acqua corrispondeva ad esigenze mie di tipo poetico. Tuttavia non ho mai abbandonato una tecnica in favore dell’altra, al contrario ho sempre portato avanti in parallelo questi due mezzi. Ogni tanto ritorno all’olio quando voglio ripercorrere un cammino che mi apparteneva negli anni Ottanta ma che mi è rimasto sempre dentro: il barocco, il gusto dell’arcaico, dell’archeologico, del restauro, il gusto delle patine, dell’odore, del tonalismo. La mia generazione, quelli nati dopo la guerra, che ha avuto come insegnanti di riferimento artisti della generazione di De Chirico, sono tutti legati al novecento italiano che aveva come riferimento forte Piero Della Francesca, il tonalismo della pittura fiorentina e la carica cromatica della pittura veneziana. Il barocco mi richiede formati più piccoli perché l’olio non asciuga mai. Generalmente ricopro vecchie tele che non funzionano più e lascio emergere frammenti di immagini dal gusto archeologico, poi inserisco elementi più contemporanei: questo dialogo lo fa diventare più vivo. Altre volte invece parto da zero.

 

 

GMM

Bella questa varietà di approcci!

GA

E’ come se io fossi sempre pittori diversi: oggi faccio il pittore a olio, oggi faccio il pittore a tempera, oggi faccio i disegni. Il disegno è la mia passione: uso i pastelli a cera. Sono molto rapido nel disegno ma spesso mi lascia insoddisfatto perché i pastelli hanno dei limiti: non danno corposità, danno leggerezza invece…Il mio cuore è legato al barocco, la mia inventiva invece al nuovo.

 

 

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Avevi parlato di barocchismo anche a proposito delle tele a tempera di grande formato: in quel caso non si trattava di “gusto” quanto di “processo”: partire da una sovrabbondanza di immagini per ridurre e calmierare la portata drammatica dell’opera e riportare l’eccesso a uno stato di latenza…

 GA

Il barocco è una categoria storica da cui traggo ispirazione per un modo di lavorare. Il barocco è ridondanza, anche retorica a volte. Nella ridondanza posso fare il lavoro di “togliere e mettere”. Ecco perché io non sono concettuale. Il mio lavoro si pone agli antipodi del minimalismo, anche se nasco dal concettualismo della poesia visiva, di cui continuo a mantenere una nostalgia fortissima a livello di segno grafico (ovviamente oggi non esiste più la dimensione di rottura del linguaggio “classico”, che per noi era rappresentato da Guttuso). In queste opere interviene anche la fascinazione per i graffiti metropolitani, che hanno un’energia generazionale fortissima che noi poeti visivi non avevamo. E’ stato uno sconvolgimento dei parametri: in Basquiat, che è il prototipo del graffittaro, c’è tanto Picasso, c’è tanto Duchamp, e non in modo involontario. Basquiat era un ragazzo colto: aveva appreso da sua madre i fondamenti del cubismo. Quando ho visto per la prima volta una sua mostra, più di dieci anni fa, a Milano, alla Triennale, sono rimasto folgorato. Ho capito cosa non dovevo più fare.

 

 

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In effetti l’idea dello sbiancamento delle immagini mi fa pensare molto alla pittura murale, all’operazione che si compie coi graffiti: dipingere le proprie immagini sopra ad altre cancellandole… Mentre parlavi mi è venuto in mente anche Mimmo Rotella, come modo di procedere, non come esito estetico: tu “togli” sovrapponendo strati, lui “toglieva” strappandoli via.

 GA

Rotella, insieme a pochi altri, è stato un punto di riferimento della mia generazione (in negativo solo per il fatto che noi poeti visivi avevamo la nostra paturnia politica) così come lo è stato Baj, per quanto poi ideologicamente fosse lontano da noi, perché era un uomo di destra: queste cose contavano molto da giovani, soprattutto in quel periodo storico, ora non contano più nulla. Baj, Rotella e tutto il periodo di Corrente, da Morlotti a Cassinari ci avevano molto ispirato. Prendere Picasso, modernizzarlo e cominciare ad entrare nel mondo dell’arte: questo era il nostro proposito. Allora nasceva la body art, la land art, c’era Christo…

 

 

GMM

Hai conosciuto Christo?

 GA

Sì, non direttamente. A Milano, il giorno in cui impacchettò il monumento a Leonardo da Vinci in piazza della Scala c’ero anch’io. Era il 1960. E’ lì che sono entrato nel mondo dell’arte: vedendo l’impachettatura di Christo, che allora ci entusiasmò. Christo era a lottare con noi poeti visivi per pulire l’arte. Tutto questo per dire che il clima che si respirava a Milano negli anni ‘70 era straordinario, era quello che sarà New York cinquant’anni dopo o Dusseldorf, Kassel, Londra. Adesso Milano non è più niente rispetto a prima.

GMM

Questo tuo coprire mi sembra che abbia una serie di valenze. “Copro per pulire l’arte” e poi “copro ma lascio intravedere” mi sembrano segno di rinnovamento ma anche espressione di una volontà di lasciare emergere le tracce del passato, gli strati che sono fisicamente sottostanti, che sono venuti prima. E’ un’operazione di tipo concettuale, che poi riassume e concilia i due aspetti apparentemente antitetici della tua produzione. Anche Rotella compie questa operazione: in questo percepisco una dimensione temporale stratificata…

GA

E’ la stessa cultura la mia e quella di Rotella. E’ la cultura del dopoguerra, che si è protratta fino agli anni ottanta, che doveva superare la spazialità picassiana. Però questo modo di lavorare è finalizzato ad ottenere delle immagini che hanno un valore estetico, cosa che il concettualismo nega…