GMM

Parliamo del tuo legame con la scienza: anche se sei un uomo di lettere sei attratto dalla scienza. Vorrei sapere come questo interesse interviene nel tuo fare arte…

 GA

Il mio incontro con la scienza è occasionale. Dodici anni fa sono stato invitato dal dipartimento di fisica dell’università di Pavia a collaborare come pedagogista, come uomo di cultura umanistica: ho incontrato un mondo che avevo sempre seguito a distanza – la cronaca della scienza, le scoperte scientifiche – ma che non era mai intervenuto nella mia riflessione sull’arte. Mi sono accorto che in questo mondo c’è un’attenzione all’arte enorme. Arte e scienza sono mondi apparentemente incomunicabili: si scontrano continuamente, ma, nello stesso tempo, si cercano. I fisici hanno l’invidia del pennello, gli artisti hanno l’invidia del calcolo. Il fisico, essendo persona che analizza la realtà in modo molto pregnante, è come l’artista serio, che dedica la sua vita alla stessa cosa e capisce che ogni ricerca è un modello temporaneo di interpretazione: nello stesso modo l’artista crea il proprio modello interpretativo sapendo che prima di lui ce ne sono stati mille altri e dopo di lui altrettanti ancora. Questo è l’aspetto che unisce arte e scienza: il modello è un modo personale di interpretare il mondo oggettivo. Anche il fisico, che pure usa la matematica e il calcolo, arriva a un’interpretazione, valida oggettivamente, ma espressione di una soggettività e in quanto tale superabile. Come la teoria della relatività di Einstein, che è stata a sua volta superata, per certi aspetti, dalla fisica quantistica.

 

 

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Dunque i modelli della fisica sono datati…

 GA

Certo! Anche la teoria del big bang non vale più. E’ desueta. Io mi sono scontrato spesso con i fisici sulla spazialità, imparando tantissimo. Il concetto di spazio, che per noi artisti è quello tridimensionale, prospettico, per gli scienziati è tutt’altra cosa. Einstein spiegava che lo spazio è bidimensionale, curvo, infinito. Quando i fisici me ne parlavano io andavo in crisi! Poi loro mi chiedevano delucidazioni sullo spazio euclideo, quello della visione: binoculare, prospettico, stereoscopico.

L’universo viene descritto dai fisici come un palloncino che si gonfia. Tu potrai obiettare…se è una sfera allora è tridimensionale… invece no. E’ una superficie, è come una coperta, che è piatta, la metti sopra a un pallone, si curva ma rimane bidimensionale. L’universo quindi è una superficie curva che si espande all’infinito: non può essersi originato da un big bang perché non c’è un punto di riferimento privilegiato che si possa chiamare “origine”.

 

 

GMM

Su quali progetti avete lavorato?

 GA

Mi hanno invitato a collaborare sulla didattica. Lavorando con le scuole si sono resi conto che il contenuto scientifico dei musei si incontra con l’arte per motivazioni di tipo pedagogico profonde: quando un ragazzo entra al museo ci entra con tutte le sue intelligenze, non attiva soltanto l’aspetto meramente razionale. Così si è arrivati al concetto di analogia. Si impara per un gioco incontrollato di analogie. Tutto il pensiero antico piagetiano della psicologia classica, ma anche dell’arte, secondo il quale si apprende esclusivamente attraverso il pensiero deduttivo logico è superato dal punto di vista cognitivo, sicché mentre faccio fisica faccio anche arte, matematica, e così via.

Tra certi artisti e critici si riscontra un fastidioso e sterile dogmatismo, non più accettabile secondo me. Papa Woytila colpito da un meteorite, di Maurizio Cattelan, è certamente interessante, ma non lo puoi presentare come un elemento risolutivo, piuttosto come un petalo di rose che cade in un prato: ha un bel valore ma lo devi considerare caduco, poi se ne va. Questo discorso è valido per tutte le poetiche. Siamo temporanei e creiamo modelli superabili: certo, dobbiamo goderceli, ma senza avere l’arroganza di considerarli definitivi.

 

(continua…)