Sabato 11 marzo Gabriele Albanesi inaugurerà una sua mostra personale nel mio spazio espositivo, Formaprima. L’arte del togliere… o del mettere? così l’ho intitolata, perché le opere alle quali Gabriele ha lavorato con assiduità nell’ultimo periodo hanno come tratto caratteristico una sorta di “sbiancatura”. Mi spiego meglio: le immagini, che si presentano cromaticamente come variazioni di bianchi e di grigi, sono punteggiate da forme colorate che sembrano affiorare da una più grande massa indistinta di figure. L’artista ha creato un vortice di immagini che ha poi opportunamente ricoperto con tempera bianca, per “fare pulizia”.

Sono andata nel suo studio e abbiamo conversato a lungo.

Gabriele è un narratore molto abile: sa raccontare in modo cristallino e affascinante i complicati processi dell’arte.

Quello che segue è ciò che ne è uscito….

 

 

“Il vuoto non può configurarsi come sfondo, né nel vuoto possono crescere improvvisamente delle figure, delle forme… Posso pensare che lo spazio figurativo è pieno di ogni possibilità di configurazione. Per quanto sia difficile concepire come “pieno” uno spazio, un foglio di carta, che mi appare “bianco”, è chiaro che si tratta di una “pienezza” concettuale.”

(Gabriele Albanesi)

 

 

GMM

Dicevi che il tuo fondo è solo filosoficamente bianco, in realtà è pieno di immagini…

 GA

E’ così. Sono davanti a una tela bianca, solo apparentemente bianca, in realtà già piena di quello che sono io. Trovo dentro di me tutta la mia cultura figurativa, una massa sterminata di immagini al cui interno io trattengo quelle raffinate. L’immagine che andrà a formarsi io la vedo nel bianco: c’è un processo dialettico per cui, partendo da questo fantasma generale, comincio a togliere elementi. In questo c’è un paradosso. Mentre “tolgo”, in realtà fisicamente io disegno, perché levando faccio emergere delle forme. Dopo avere riempito tutto il campo, di nuovo pulisco con la tempera bianca. Quando il campo mentale è saturo il quadro è finito e non lo toccherò mai più perché il processo si è concluso. Se funziona lo tengo, altrimenti lo riutilizzerò in seguito dipingendovi nuovamente sopra.

 

 

GMM

Questo discorso mi fa pensare a Michelangelo…

 GA

Vero. E’ l’arte del togliere di Michelangelo, facendo le debite proporzioni. Nella scultura c’era già tutto, lui toglieva il superfluo per recuperare quello che aveva nella mente.

Questo stesso discorso è estendibile a tutto il percorso artistico che va dal Rinascimento alle avanguardie: l’artista occidentale è colui che ha fatto da tramite e ha continuamente ripensato questa massa sterminata di immagini. Quando è arrivata la fotografia l’artista, soprattutto Monet, si è spaventato e ha capito che poteva superare la pittura. L’impressionismo ha iniziato una lotta con la fotografia e ha perso. La fotografia è diventata cinema, televisione, computer. Gli impressionisti con il loro en plein air, che era votato a cogliere quel momento particolare di colore – ciò che gli antichi nel ‘500 chiamavano il puntum temporis, cioè il momento più rappresentativo di un certo racconto – con la nascita della fotografia vanno in crisi. Monet, uomo di grande intelligenza, risolve il problema dipingendo la stessa facciata della cattedrale di Rouen in diversi momenti del giorno, cogliendo tutte le sfumature della luce e creandone una successione. Questo discorso solo per dire che tutta la storia dell’arte è racchiuso in un guscio di noce. I processi sono gli stessi. Poi ci provano le avanguardie storiche a fronteggiare la fotografia e l’arte muore ogni venticinque anni per rinascere il ventiseiesimo.

 GMM

Questa modalità di lavoro è resa possibile grazie all’impiego della tempera. Nei quadri a olio, ovviamente, non lo puoi fare, la tecnica te lo impedisce e il tipo di ricerca che fai è diverso. Grazie alla tempera, invece, tu rovesci sulla tela il tuo magazzino di immagini, che è infinito e che può prendere fisionomie diverse, e poi lo sbianchi. In un certo senso è un po’ come la fotografia: la macchina fotografica nell’immagine impressiona la realtà nella sua interezza, così come appare, mentre la percezione della realtà operata dal nostro occhio è sempre selettiva, si sofferma su ciò che interessa trascurando il superfluo. Questo processo mi fa pensare a quello che fai tu: butti sulla tela il campionario della tua realtà visiva e col bianco “selezioni” e fai emergere quell’immagine che stai inseguendo in quel preciso momento e che sta catturando la tua attenzione.

 

 

GA

Si è vero. Aggiungerei però una cosa: la selezione avviene perché hai dentro di te il tuo materiale, ovviamente filtrato, ma anche perché possiedi le poetiche. Siamo il risultato di tutte le poetiche precedenti, con cui si instaura un rapporto dialettico, e da cui poi ci si discosta per seguire la propria. Per questo non c’è il figurativo reale ma solo delle allusioni archetipiche. A me non interessa la realtà. Qui ci sono soltanto quei tipi di segni che negli ultimi centocinquant’anni sono stati tutti utilizzati: ci sono quelli della poesia visiva, che mi hanno formato da giovane, c’è il fumetto, ci sono i segni della grafica infantile. Appartengono tutti al mio fantasma.

 GMM

Quindi non hai un’immagine chiara in mente mentre dipingi. Anche se il tuo processo è molto controllato l’immagine si fa al momento, emerge quasi inconsapevolmente, sorprende anche te stesso.

 GA

Sì è proprio vero: io non so assolutamente cosa farò, però so cosa non farò. Devo costruire una cosa con dei parametri che mi funzionino, se non lo sento con la pancia non vado neanche avanti. Non si dipinge con la testa.

 

(continua…)