Questa è l’ultima parte dell’intervista a Gabriele Albanesi sulla mostra “Il colore delle vocali” che verrà inaugurata domani, mercoledì 17 dicembre al Collegio Cairoli.  Dopo avere parlato del lavoro specifico dei bambini sulla poesia visiva siamo arrivati a fare considerazioni su quelle che Gabriele ha concorso a definire le necessità dell’arte e l’atteggiamento produttivo dell’artista professionista…

…la cosa importante da dire è che la libertà avviene attraverso l’acquisizione di regole, molto rigorose. La libertà del bambino e dell’adulto va rispettata in assoluto ma ricondotta entro binari precisi. Quanti sono gli artisti che non si esprimono perché non sanno porre limiti alla propria esuberanza…

Di solito un’artista parte da una quantità di stimoli e di strade che intraprende e poi, per sottrazione, arriva a scremare…

Per sottrazione e per definizione estetica, per cultura, perché io sono convinto, soprattutto lavorando con i bambini, che è proprio l’approfondimento culturale che genera la selezione vera. L’arte è cultura raffinata. Se la tua opera risulta incomprensibile, cioè non riconducibile a un sistema linguistico codificato, quello che realizzi non conta niente: se non ti fai capire come artista non esisti. L’arte va comunicata. In tanti credono nel valore in sé delle cose, ma se il valore non è estrinsecato, se non è messo sul mercato delle idee non esiste o è comunicato o non è.

Credi che l’artista possa trarre qualche insegnamento, qualche spunto dalla pratica “artistica” del bambino?

La duttilità a mio parere, e la modestia, che fanno grande l’artista: comporta anche soffrire, andare in crisi ma così facendo ti metti in discussione, ti fai delle idee, che è tanta salute… Nella nostra generazione, ma in tutte, credo, se non ottieni un successo immediato subentra lo scoramento…o sfondi o ti chiudi in te stesso, contento delle tue cose. E’ sbagliato. La giusta via sarebbe riuscire a tradurre, per combattere questa nevrosi, le proprie capacità artistiche in una dimensione produttiva, non importa quale, ci sono mille modi. Invece è ancora viva, in pittori della mia generazione, la visione “aulica” dell’arte: bisogna adottare una visione legata al “valore d’uso” dell’arte.

Sono d’accordo. Io sono anche convinta che il fatto di lavorare insieme ad altre persone sia molto importante e utile dal punto di vista creativo. La dimensione solitaria dell’artista mi sembra a volte limitativa. Si possono trovare altri modi di esprimere la propria visione estetica cooperando, lavorando in sinergia, come hai fatto tu con i bambini e con altri insegnanti con i quali hai realizzato le opere di poesia visiva, o io con il gruppo di pittori con cui dipingo. Io penso che anche l’attività curatoriale sia di una creatività immensa…

Non c’è dubbio che lavorare insieme tra artisti sia determinante. Siccome l’arte è un sistema in espansione come l’universo, se tu ti espandi ma non ti arricchisci di stimoli tecnici-operativi nuovi, cioè di segni nuovi, sei destinato a ripeterti inesorabilmente…confrontandoti con altri, non lo ammetterai mai ma tu copi tutti e sei copiato, copiare in senso nobile.. L’arte è un passaggio di consegne inconscio. Se non ci fossero stati gli artisti precedenti non saremmo arrivati dove siamo ora: i segni non vengono mai dall’interno, i segni vengono sempre da uno scambio con altri alfabeti. Bisognerebbe avere il coraggio di essere propositivi rispetto al proprio narciso e nel contempo grande assimilatori, con una modestia infinita, rispetto al resto. Come fa il bambino col suo maestro, si fida in modo meravigliosamente cieco, sei tu maestro che stai attento a non prevaricarlo, fai il suo bene se gli insegni a usare il gessetto, è la persona più felice del mondo perché vede i suoi risultati ampliati. Poi la creatività è tutta sua….