Continuiamo l’intervista a Gabriele Albanesi sulla mostra al Collegio Cairoli…

Ci sono ragioni pedagogiche che ti hanno spinto a utilizzare la Poesia Visiva come modello di lavoro con i bambini delle scuole elementari?

Faccio un discorso squisitamente legato alla psicologia dell’apprendimento infantile, quindi è pre-estetico e pre-artistico. Il bambino, quando si esprime, ha bisogno di linguaggi. Le sue prime espressioni non sono di carattere alfabetico, ma prevalentemente di carattere grafico: i segni che traccia – i cosiddetti “scarabocchi” – non sono strutturati secondo un linguaggio ma sono espressivi in quanto rappresentano un mondo interno. Quando il bambino entra in contatto con gli altri, quindi con una struttura extra familiare – perché in famiglia, con il massimo di libertà c’è il minimo delle potenzialità espresse – in una dimensione scolastica per esempio, l’utilizzo dei segni si amplia e la scrittura entra prepotente nella sua capacità espressiva, immettendolo nel mondo adulto. I due linguaggi – quello visivo che appartiene al bambino per natura e quello linguistico dell’adulto – si

scontrano in questa lotta iniziale ed è traumatico, perché il bambino è perdente, in un certo senso, rispetto alle libertà; ci guadagna poi perché ne acquisisce delle capacità di scambio e dialogo col mondo che può avvenire solo attraverso la strutturazione di un linguaggio scritto. Nel momento in cui il bambino impara a scrivere e leggere pertinentemente i due cammini, quello dell’immagine e quello della lingua, si separano e diventano due materie a scuola. La poesia visiva dà l’opportunità di riunire di nuovo questo cammino, creando un nuovo modo di fare che non è né la scrittura né l’immagine, ma le due messe insieme.

In quale modo i bambini delle scuole elementari hanno saputo interpretare la Poesia visiva, in poche parole, come li hai fatti lavorare…

Facciamo un esempio: prendiamo una poesia di Franco Beltrametti, poeta visivo e un suo disegno: li

mescoliamo, diamo al bambino questi due segni da fare interagire tra loro, poi gli diamo anche la possibilità di usare delle forme pittoriche tradizionali – scegliamo per esempio un quadro di Klee – e lo invitiamo a usare tutte queste componenti per formulare un suo linguaggio personale…il bambino è invitato a nozze, perché queste cose le sa fare meglio ancora dell’adulto….così realizza una poesia visiva spontanea, senza soffrire, anzi esaltandosi. Lavori di questo genere sono esposti in mostra. La domanda retorica che sta alla base di questa esposizione è se la poesia visiva non sia una condizione abbastanza spontanea, non dico antropologica, ma abbastanza normale del bambino, quella di potersi esprimere utilizzando diversi linguaggi. Si fa teatro per questo, in modo tale che il linguaggio dei segni, del corpo, dell’immagine, della musica, dei suoni siano mescolati in un unico prodotto, inuna condizione molto più naturale di quella delle singole discipline. La poesia visiva è un’occasione per mescolare alcuni di questi linguaggi e ha una portata pedagogica notevole, a mio parere.

Quanto è diffuso nelle scuole questo tipo di lavoro?

Non è detto che nelle scuole si riesca a fare questo discorso. Anzi, è molto difficile. Lo fanno in certe scuole scandinave, o in Francia. A Parigi c’è un laboratorio al Centre Pompidou, “L’atelier des enfants”, che non è una scuola, ma è comunque un centro di raccolta dei bambini, dove queste cose si fanno con grande naturalezza da trent’anni, con un certo dispendio di capitali….oppure anche nelle scuole di Reggio Emilia, che sono altamente qualificate… La cosa importante da dire è che la libertà avviene attraverso l’acquisizione di regole, molto rigorose. La libertà del bambino e dell’adulto va rispettata in assoluto ma ricondotta entro binari precisi. Quanti sono gli artisti che non si esprimono perché non sanno porre limiti alla propria esuberanza…

(continua)