A questo punto mi fermo e faccio una piccola digressione.
All’università mi sono laureata in Lettere, con indirizzo storico-artistico. Tra i tanti esami sostenuti uno, in particolare, mi fece svoltare. Non era un esame dell’indirizzo che avevo scelto, come ci si aspetterebbe. Era un esame di letteratura: Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, insegnato da Carla Benedetti, splendida insegnante. Chissà se ho sbagliato a mettere la lettera maiuscola ad ogni parola del nome dell’esame, ma mi sembra così di tributare il giusto onore a una materia che ha avuto il pregio immenso di accendere una scintilla di verità in me, cioè mi ha offerto un modello interpretativo della realtà applicabile a una moltitudine di esperienze, e di cui io, da quel momento in avanti, ho fatto largo uso.
Per esempio è proprio da quell’insegnamento che ho ricavato il metodo di studio e l’approccio teorico per affrontare la mia tesi di laurea in Arte Contemporanea, ma questa è un’altra storia, mi devo fermare.
Quell’esame mi ha fatto conoscere un autore che ai tempi non avevo mai letto: Italo Calvino. Un grandissimo. L’ho amato alla follia. A proposito del rapporto tra “segno” e “identità”, di cui accennavo nel precedente post, Calvino ha scritto un racconto meraviglioso ed esilarante: “Un segno nello spazio”, incluso ne “Le Cosmicomiche”. Parlando di “Disvelata” questo racconto mi è tornato in mente e mi sembra un vero e proprio trattato sulle dinamiche di affermazione dell’identità portate dal segno artistico, sull’avvicendarsi delle alterne emozioni che ne conseguono, che spaziano dall’orgoglio alla vergogna, dall’invidia fino allo sconforto e alla rassegnazione.
La cornice è surreale: in un punto nello spazio, in un tempo immoto, un imprecisato essere di nome Qfwfq compie un gesto e traccia un segno. Il primo segno mai tracciato.

“…io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni di anni dopo, quando saremmo ripassati di lì al prossimo giro. Un segno come? E’ difficile dirlo perché se vi si dice segno voi pensate subito a qualcosa che si distingue da un qualcosa e lì non c’era niente che si distinguesse da niente…per essere il primo segno che si fece nell’universo, o almeno nel circuito della Via Lattea, devo dire che venne molto bene…ben presto mi lasciai il segno alle spalle, separato da campi interminabili di spazio. E già non potevo trattenermi dal pensare a quando sarei tornato a incontrarlo, e a come l’avrei riconosciuto, e al piacere che mi avrebbe fatto, in quella distesa anonima, dopo centomila anni-luce percorsi senza imbattermi in nulla che mi fosse familiare, (…) ritornare ed eccolo lì, al suo posto, tal quale come l’avevo lasciato, nudo e crudo ma con quell’impronta – diciamo – inconfondibile che gli avevo data.”
“Dunque la situazione era questa: il segno serviva a segnare un punto, ma nello stesso tempo segnava che lì c’era un segno, cosa ancora più importante perché di punti ce n’erano tanti, mentre di segni c’era solo quello, e nello stesso tempo il segno era il mio segno, il segno di me, perché era l’unico segno che io avessi mai fatto e io ero l’unico che avesse mai fatto segni. Era come un nome, il nome in quel punto…me lo portavo dietro, mi abitava, mi possedeva, s’intrometteva tra me e ogni cosa con cui potevo tentare di avere un rapporto.”
“Feci il secondo giro, il terzo. C’ero. Lanciai un grido. In un punto che doveva essere proprio quel punto, al posto del mio segno c’era un fregaccio informe, un’abrasione dello spazio slabbrata e pesta. Avevo perduto tutto: il segno, il punto, quello che faceva sì che io – essendo quello di quel segno in quel punto – fossi io. (…)
Lo sconforto mi prese e mi lasciai trascinare molti anni-luce come privo di sensi. Quando finalmente alzai gli occhi…vidi lì quello che non mi sarei mai aspettato di vedere. Lo vidi, il segno, ma non quello, un segno simile, un segno senza dubbio copiato dal mio, ma che si capiva subito che non poteva essere il mio, tozzo com’era e sbadato e goffamente pretenzioso, una laida contraffazione di quello che io avevo inteso segnare in quel segno e la cui indicibile purezza solo ora riuscivo – per contrasto – a rievocare. Chi mi aveva giocato quel tiro?”
(continua)