Eravamo in cinque: Isabella, Paola, Ippolita, Luca ed io. Dai 25 ai 55 anni. Andavamo a disegnare nello spazio di Via Magenta, con Marta Vezzoli, il mercoledì sera.
Due ore di disegno serio e concentrato. Seguivamo le sperimentazioni più ardite che Marta ci proponeva – ogni mercoledì un esercizio diverso – e a fine lezione passavamo nel suo studio per apprezzare l’evoluzione della sua produzione artistica. I nostri primi tentativi di usare il colore stavano ad asciugare sul pavimento della stanza di Marta, respiravano la stessa aria delle sue tele raffinate. Era bello vederle insieme, vicine, qualche informazione passava dalle une alle altre, in uno scambio reciproco, proficuo.


Quando Marta ci fece capire che non avrebbe proseguito il corso, l’anno successivo, accusammo il colpo. Poi, nacque l’idea… Potremmo fare una mostra dei nostri disegni migliori…per salutare Marta che parte, per chiudere la nostra esperienza, per gettare le basi per proseguirla, per capire che cosa rimane di tutto quel guardare, insieme, al mercoledì sera in via Magenta.
Dopo tre anni di lavoro qualcosa di apprezzabile e serio l’avevamo fatto. Nacque così un confronto tra i nostri diversi modi di vedere, di concepire, di allestire una mostra, durato mesi e mesi. Abbiamo pensato, scritto, riso a lungo. La passione per l’arte, intesa semplicemente come naturale bisogno quasi fisiologico di espressione individuale e collettiva (nel nostro caso) era il motore di questa iniziativa e veniva finalmente celebrata.
Lo spazio c’era: il mio studio. Il progetto, l’idea, ormai messa a punto. Era nata Disvelata.
Decidemmo di mettere in mostra i nostri lavori – disegni a matita, a carboncino, lavori ad acrilico, ad acquarello, su supporti diversi, di differenti dimensioni – accostati l’uno all’altro e rigorosamente senza il nome dell’autore. La nostra identità doveva essere celata, perché quello che ci interessava mostrare era solo l’atto del guardare, in un rapporto di reciprocità collettiva e con il modello ritratto. Il nome “Disvelata” fu ideato da Isabella. Il termine era particolarmente efficace perché evocava una molteplicità di sfumature di significato: racchiudeva in sé, in modo intrigante ed ambiguo, l’idea dello svelamento, della rivelazione, del mostrarsi (del corpo dei modelli, ma anche del nostro segno, quindi della nostra identità…) e del nascondere, ma un nascondere sotto un velo, un celare appena, che lascia intravedere qualcosa. Affascinante, a nostro parere.
(continua)