Disvelata era il nome di una mostra, ma disvelata era anche il nome del collettivo di artisti a cui faceva riferimento. Era soprattutto una parola che definiva un modo di porsi di fronte al guardare, una specie di sparizione della coscienza individuale per diventare, nell’atto percettivo, un tutt’uno con il soggetto osservato. Noi, il guardare, i soggetti osservati, in comunione. Era quello l’aspetto che aveva reso unica quell’esperienza.


L’allestimento prevedeva il riempimento di una stanza intera – pareti, soffitto, pavimento – di disegni, quadri, schizzi, in ordine sparso, con stili e tecniche mischiate. Si decise di preparare una traccia audio con incise le nostre voci, sempre mischiate, che recitavano testi scritti da noi, una specie di manifesto di Disvelata, che potesse fornire, se non una spiegazione, una suggestione di quella che era il nostro sentire.
L’allestimento fu difficile, lungo e laborioso: anche Marta venne ad aiutarci. Ci impiegammo due settimane…


Della traccia audio si occupò Martino, il compagno di Paola: con pazienza raccolse le nostre registrazioni, le montò inserendo anche brani musicali.
Il giorno dell’inaugurazione – la notizia si era sparsa, c’era tantissima gente, una confusione totale – nessuno si accorse della traccia audio…
(continua)